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Quando siamo fuggiti da Port Harcourt in tasca avevo solo pochi naira e un biglietto con su scritto Castel Volturno. Era tutto quello che mi restava della Nigeria, del compound dov'ero nato,del presidente Obasanjo, dei kalashnikov, dei pozzi di petrolio in fiamme.
Ora vivo con un togolese, un liberiano e tre ghaneani in un appartamento all'American Palace. Loro sono la mia nuova famiglia. Paghiamo al padrone bianco 200 euro a materasso e la polizia bussa spesso alla nostra porta. Cerchiamo armi e droga, dicono.
Non mi lamento, a Castel Volturno non mi manca nulla,tranne i soldi. E gli euro non crescono certo sugli alberi. Devi raccoglierli per terra, nei campi di pomodoro. Dodici ore di lavoro e te ne ritrovi venti, al massimo venticinque. Ma alle volte gli italios non ti danno niente, neanche un centesimo. E se arriva la polizia, scappiamo .
Ogni mattina la stessa storia: all'alba aspettiamo al Kaliffu ground.Passa sempre il caporale: "Vieni tu, tu sì, lui no, lui neppure, jamm bell nir'e merd". Suda, sgobba, non far arrabbiare mai il caporale. Lui è come Dio, decide chi può continuare a lavorare, a vivere. Devi rispettarlo e stringere i denti. Così devi fare, se vuoi restare lontano dai problemi, dai "big business".
A Castel Volturno i big business non mancano. Puoi spacciare crack o lavorare per una "madame" nel racket delle donne della notte. Capita che ti avvicina un camorrista o un fine picken, un nero vestito bene con l'orologio e il crocifisso d'oro grosso così, e ti dice: "Vuoi guadagnare cento euro in un'ora? Allora fai come ti dico".
Tu che faresti, nero? Non ci pensi mica due volte, quando i tuoi parenti stanno peggio di te, laggiù, pensi solo a fare soldi, e subito, e allora che fai, nero? Dici di no? Sputare in faccia al Male non serve a niente, quando sei solo uno schiavo.
Ma non io. Da quando sono quì, cammino con la schiena dritta perché la mia fuga è finita e sono stanco di scappare. Ho sempre evitato droga, pallottole e problemi. Eppure, può capitare che siano i problemi a cercare te.
Un giorno tornavo dal lavoro insieme ai miei fratelli. Eravamo sulla Domitiana. E' stato un attimo: due automobili hanno accostato e degli uomini bianchi hanno cominciato a sparare. 130 colpi di kalashnikov. Un solo sopravvissuto: sono io.
A Castel Volturno funziona così, da sempre. Arrivano e sparano. Gli italios continuano a fare finta di nulla. Ti ricordi la strage di Pescopagano, e quella all'Ob.ob exotic fashion? Uno, due, tre neri ammazzati: cosa vuoi che sia? Al massimo, il governo manderà altri soza-boy. Ma fino a quando resterai da solo, senti che ti dico, sarai in pericolo, fratello: loro sono come Dio, decidono se puoi continuare a vivere o se devi morire.
Ascolta le mie parole, nero: camminare a testa alta non basta. Loro continueranno a sparare fino a quando arriverà il giorno in cui noi africani cammineremo sulla Domitiana fianco a fianco, senza paura, una sola tribù, un solo cuore, una sola voce, che urla e chiede giustizia.
Quando arriverà quel giorno, tutte le loro pallottole saranno inutili.
Testi di Antonio Iorio,giornalista casertano di 29 anni,e disegni (non disponibili, presenti sull'originale) di Vincenzo V. Fagnani,grafico casertano di 25 anni,per Internazionale N.834 - Anno 17 - 19/25 Febbraio 2010.Storia ispirata a testimonianze dirette di immigrati raccolte a Castel Volturno nel 2009.
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