Il 5 Marzo 1922 nasceva il Maestro Pier Paolo Pasolini, colui che molti hanno definito, a ragione, l’intellettuale per antonomasia della cultura italiana. Uomo che con la sua spiccata sensibilità ha analizzato la vita sempre in maniera critica e mai retorica lasciandoci, un'immagine vera e completa , con le sue mille sfaccettature, dell'Italia che fu e che, ahimè, per certi versi è ancora oggi.
A 88 anni dalla sua nascita, si avverte il vuoto che ha lasciato, ma anche l’importante eredità che ci ha trasmesso, quel profondo amore per la cultura, che lo ha portato ad essere un innovatore nel teatro, nel cinema o ancora nella pittura; quella sua capacità non comune di sapersi schierare sempre ed apertamente, anche se ciò voleva dire criticare e ricevere le critiche di quel mondo intellettuale, studentesco o politico che maggiormente doveva essere sensibile all’ analisi a cui sottoponeva la società contemporanea; quella sua lungimiranza nel riuscire ad individuare i problemi e le pecche, ancora in fase germinale, in un’Italia che stava vivendo in quegli anni una profonda e radicale trasformazione, che l’avrebbero portata ad essere ciò che oggi, in cui quei problemi su cui spesso P.P.P. puntava il dito (trovandone sempre delle soluzioni) sono ormai radicati e propri della nostra vita quotidiana.
Ricordarlo è un dovere perché ogni qual volta mi trovo a leggere un suo romanzo, una sua poesia, un suo articolo giornalistico o mi trovo a vedere un suo film o una rappresentazione di una sua opera teatrale, rimango sempre sbalordito, ammirandone le capacità non comuni di trasmettere messaggi e insegnamenti, senza scadere mai in facili moralismi ma anzi spaccando gli schemi classici di una cultura italiana che si stava via via imborghesendo.
Quando siamo fuggiti da Port Harcourt in tasca avevo solo pochi naira e un biglietto con su scritto Castel Volturno. Era tutto quello che mi restava della Nigeria, del compound dov'ero nato,del presidente Obasanjo, dei kalashnikov, dei pozzi di petrolio in fiamme.
Ora vivo con un togolese, un liberiano e tre ghaneani in un appartamento all'American Palace. Loro sono la mia nuova famiglia. Paghiamo al padrone bianco 200 euro a materasso e la polizia bussa spesso alla nostra porta. Cerchiamo armi e droga, dicono.
Non mi lamento, a Castel Volturno non mi manca nulla,tranne i soldi. E gli euro non crescono certo sugli alberi. Devi raccoglierli per terra, nei campi di pomodoro. Dodici ore di lavoro e te ne ritrovi venti, al massimo venticinque. Ma alle volte gli italios non ti danno niente, neanche un centesimo. E se arriva la polizia, scappiamo.
Il 9 Maggio 1978 l’Italia è segnata da uno degli eventi più cruenti e drammatici della sua storia repubblicana. Quella mattina, infatti, viene ritrovato a Roma, in via Caetani, il corpo dell’On Aldo Moro (figura centrale nel panorama politico italiano e all’epoca Presidente della DC), barbaramente assassinato dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia. Davanti ad una notizia di tale portata ogni altro avvenimento inevitabilmente passò in secondo piano. Ed è proprio per questa ragione che in pochi si accorsero che, oltre che per l’On Moro, la notte tra l’8 e il 9 Maggio fu fatale anche per un giovane (allora aveva trent’anni) il cui corpo (sarebbe più giusto dire quel che del suo corpo rimaneva), dilaniato da una carica di tritolo, fu ritrovato sui binari della ferrovia Palermo – Trapani. Quel giovane era Giuseppe Impastato, Peppino per gli amici e per chi continua ancora oggi a ricordarlo con affetto ed ammirazione. Peppino nacque a Cinisi (provincia di Palermo) il 5 Maggio 1948 figlio di Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. Frequenta il liceo classico di Partinico e risale sicuramente a quel periodo il suo interesse ed il suo avvicinamento alla politica, con particolare attenzione al PSIUP. Assieme ad altri giovani studenti fonda in quegli anni un giornale, “L’idea socialista” che, dopo alcuni numeri, verrà sequestrato. Tra gli articoli di quel giornale particolare interesse suscita un servizio di Peppino sulla “Marcia della protesta e della pace” organizzata da Danilo Dolci nel Marzo del 1967.
« L'equivoco su cui spesso si gioca è questo: si dice quel politico era vicino ad un mafioso, quel politico è stato accusato di avere interessi convergenti con le organizzazioni mafiose, però la magistratura non lo ha condannato, quindi quel politico è un uomo onesto. E NO! questo discorso non va, perché la magistratura può fare soltanto un accertamento di carattere giudiziale, può dire: beh! Ci sono sospetti, ci sono sospetti anche gravi, ma io non ho la certezza giuridica, giudiziaria che mi consente di dire quest'uomo è mafioso. Però, siccome dalle indagini sono emersi tanti fatti del genere, altri organi, altri poteri, cioè i politici, le organizzazioni disciplinari delle varie amministrazioni, i consigli comunali o quello che sia, dovevano trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze tra politici e mafiosi che non costituivano reato ma rendevano comunque il politico inaffidabile nella gestione della cosa pubblica.Questi giudizi non sono stati tratti perché ci si è nascosti dietro lo schermo della sentenza: questo tizio non è mai stato condannato, quindi è un uomo onesto....
Non mi ritengo un ottimo scrittore quindi mi limiterò a scrivere il minimo per farvi capire ciò che penso. Non ho mai potuto avere un animale domestico... Ma fortunatamente ho avuto l'opportunità di capire cosa sono... ne conosco uno in particolare, è un cane, nonostante non ero il suo padrone in un mio momento di difficoltà si appoggiò sulla mia gamba ed iniziò a piangere... Ieri l'ho rivisto, pensavo non si ricordasse più di me visto che non mi vedeva da più di sei mesi, ed invece lo ritrovo che mi faceva le feste non appena ero arrivato... Se questi sono gli animali che l'uomo abbandona allora mi vergogno di essere un uomo e vorrei tanto essere un animale, loro almeno hanno un cuore, loro almeno ricordano le emozioni e vivono di sentimenti, quelli che noi sappiamo provare ma non sappiamo dare... Spero che un giorno possa avere un cane o un qualsiasi animale domestico in modo da ricevere tutte quelle attenzioni che da un essere umano non potrò mai ricevere... Spero veramente di poterlo avere, e soprattutto spero che mi insegni ad essere come lui visto che appartengo ad una razza quasi inutile... Spero di diventare un animale, invece di rimanere come sono e definire animale un qualcosa che disprezzo, senza rendermi conto che chiamandolo ANIMALE gli sto forse facendo il complimento più bello che possa esistere...
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 20 gennaio 2010 )
Pasolini sul razzismo
Scritto da Walter Bianchi
martedì 19 gennaio 2010
Propongo alcuni riflessioni di P.P.P circa un tema che sempre più sta diventando una piaga della società italiana che sembra essere quasi assente, sorda e cieca dinanzi a un fenomeno che non è più in divenire ma che è fortemente radicato nelle sensibilità e nelle menti di troppi: il razzismo.
"L'odio razziale fa parte di un fondo sociale che una persona dotata dell'uso della ragione stenta a credere realmente esistente.
In questo momento storico, mi sembra che l'odio che prova un borghese verso un contadino:ossia l'odio che prova un uomo integrato in un tipo di civiltà moderna e cittadina, contro un uomo che rappresenta un tipo precedente di civiltà, che ancora minaccia la presenza dell'attuale: dimostrando fisicamente che un regresso è sempre possibile(socialmente).Ecco perchè si odiano razzialmente i negri, in quanto poveri, e i poveri, in quanto, inevitabilmente, diversi di pelle, essendo addetti ad antichi la lavori che comportano necessariamente l'aria aperta e il sole(l'effetto del sole sulla pelle sembra avere un valore decisivo nell'odio razziale di chi vive in case civili, e se lavora in campagna, lo fa da padrone, o industrialmente).
Negri,sudeuropei,banditi sardi,arabi, andalusi, ecc...:hanno tutti in comune la colpa di avere i visi bruciati dal sole contadino, dal sole delle epoche antiche"
"Il razzismo è un odio di classe inconscio. Si confronti il razzismo americano: esso è stato appunto, fino a oggi e ancora oggi, un odio di classe inconscio. Ma dal momento che i negri hanno incominciato a lottare a da vare consapevolezza di sé come classe povera, l'odio razzistico, oscuro e indecifrabile, di sta trasformando in un chiarissimo e decifrabilissimo odio di classe. L'odio cioè che un borghese italiano prova per un comunista, non per un «terrone» o un carcerato"